GESU’ A LAZZARO: “TU, QUI!... FUORI!”

La lotta di Gesù contro la morte

Per comporre la scena relativa alla parabola della lotta di Gesù contro la morte, il racconto di Lazzaro in Gv. 11,1-45, va messo accanto a quello di Ez. 37,12-14: “Io sono Adonai, il Signore… Aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, popolo mio!”. Episodio, questo, rappresentato nel mosaico del III sec D.C. a Dura Europos in Siria.

Al centro della scenografia metterei la foto notizia di ieri: una ragazzina ipovedente del Centro S. Alessio di Roma incontra il papa, che ha fatto visita inaspettata, cerca di vederlo con le mani e gli dice: “Ti voglio bene!”.

Con queste immagini negli occhi e nel cuore possiamo scorrere, sovrapposte, alcune scene del racconto evangelico.

Le sorelle mandano a dire a Gesù: “Rabbi, ecco: colui che tu ami è malato…”; parole che mettono in moto il turbamento nell’animo di Gesù, che vive l’amicizia con forte carica di condivisione affettiva. Egli indugia e risponde: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio”. Risposta che svela tutta la elaborazione simbolico-teologica del racconto.

Per intanto, Gesù non si affretta: rimane dov’è per due giorni. Lazzaro muore e Gesù arriva a Betania quattro giorni dalla sepoltura. Il Lazzaro raccontato da Giovanni è l’uomo del sesto giorno (4+2), come Adamo nella cronologia del racconto della creazione. L’uomo del sesto giorno è l’ “uomo nuovo”, capolavoro del Dio creatore, l’uomo pienamente compiuto prima che Jahvè si riposi al settimo giorno.

Nel racconto, si muovono tre personaggi principali: Marta che accoglie Gesù con un velato rimprovero illuminato però da fiducia e speranza: “Se tu fossi stato qui… mio fratello non sarebbe morto, ma ora so che, qualunque cosa chiederei a Dio, Dio te la darà…”. Maria non parla. Il suo affetto occupa tutta la scena. Ella poi arriva e si getta ad abbracciare i piedi dell’amico Gesù, appena lo intravede.

Gesù, il terzo personaggio, turbato e sconsolato, piange l’amico: non può sopportare che Lazzaro sia murato, inerte nella grotta, dietro la pietra.

L’imbarazzo dell’incontro con le due sorelle si risolve davanti al sepolcro. Giunto colà, Gesù guarda quella pietra: dunque la morte ha vinto? E di nuovo piange. Nel suo intimo rivive la lunga sua lotta contro la morte, l’anti-Dio. Lotta che ha segnato il suo percorso nella storia fin dai tempi della nascita: la fuga in Egitto, i giorni vissuti a Nazareth, il percorso del suo vagabondare per i sentieri di Palestina, l’incontro con la sepoltura del figlio della vedova di Naim, la sera della Cena, il giovedì di Pasqua, quando affidò “il suo corpo” agli amici perché gli prolungassero la vita fino alla fine del mondo, al Getzsemani quando chiese di allontanare da sé quel calice, sulla croce quando interrogò Dio “Perché mi hai abbandonato?”, il momento supremo con cui affidò se stesso alle mani creatrici del Dio della vita. Lo aveva ripetuto quasi come slogan del suo programma: “Io sono venuto perché tutti abbiamo la vita… e in abbondanza!”. Gv. 10,10

Ora è là, davanti a quella pietra. Sconfitto? “Togliete quella pietra…”. La tolsero. Alzò gli occhi al cielo: “Sì, Padre, grazie!” poi: “Lazzaro, tu qui?... Fuori!” (Letteralmente: Lāzare, déuro èxō. Gv. 11,43). E Lazzaro tornò a camminare. E la vita vince.

Per noi, suoi testimoni nei secoli, resta da vivere la compassione e la condivisione con il fratello e la sorella che soffre e cade nella tomba, lo sdegno e il rifiuto di rassegnarsi di fronte all’apparente vittoria della morte e soprattutto la serena fiducia nella vittoria della vita. Chi crede in Cristo Gesù combatte la morte e promuove la vita, sempre.

Gli occhi e il nostro affetto vanno allora alla ragazzina ipovedente che cerca di vedere il Papa con le sue mani e gli dice: “Ti voglio bene!

Ivrea, 2 aprile 2017 

                                                                                                                            don Renzo

 
 
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